Gli auguri del vescovo per papa Francesco

Corrispondenza 2017/2

Buon Natale, papa Francesco.

(dalla rivista Corrispondenza 2017/2)

Buon Natale, papa Francesco. Un augurio di pace e di luce per Lei e a tutte le famiglie nel Natale del Signore.

Ma perché fare gli auguri al papa e alle famiglie? Certamente il papa non avrà tempo né modo per averne notizia! Le famiglie poi sono tante…

Vorrei fare gli auguri al papa perché, anche all’interno della Chiesa, sta incontrando un’opposizione molto dura. Una opposizione che certamente non è da sopravvalutare, perché coloro che lo osteggiano sono una esigua minoranza, anche se fanno molto rumore con ampia risonanza nei media e nei social, (cfr. Civiltà Cattolica 4016, 111-113). Neppure però è da ignorare e lasciar perdere, perché comunque il clamore che suscita può costituire un’occasione di inciampo per i più deboli e meno informati.

Anche se alcuni hanno voluto affermare l’irregolarità dell’elezione di papa Francesco, non è certo il caso di fermarci a trattare della legittimità dell’ultimo conclave e della bontà del suo svolgimento, della grandezza umana e della purezza spirituale di papa Benedetto, della ventata di entusiasmo che ogni elezione di un papa suscita nella Chiesa e nel mondo, delle nuove prospettive aperte da papa Francesco. Già esistono a questo riguardo risposte abbondanti e ben documentate, che stanno sotto gli occhi di tutti.

Vorrei invece proporre alcune considerazioni riguardo alle contestazioni del magistero di papa Francesco.

È legittimo avere posizioni diverse.

Sia chiaro: nella Chiesa ci sono sempre state, ci saranno sempre e guai se non ci fossero sensibilità diverse e opinioni variegate. Il confronto dialettico è sempre stato una profonda ricchezza della Catholica. Proprio per questo da sempre la Chiesa porta questo nome e, se non esprimesse la varietà nell’unità, non sarebbe più catholica. Questo confronto dialettico era costante fra gli antichi Padri, come fra i grandi teologi medioevali e così anche in seguito, sempre fino ad oggi. I più anziani fra noi ricordano bene le dispute prima, durante e dopo il Vaticano II. La storia è testimone che pure alcuni santi hanno dibattuto, anche in maniera accesa, fra di loro. Girolamo non ha risparmiato diversi attacchi ad Agostino, ma entrambi sono dottori della Chiesa e venerati universalmente come santi. Assai divergenti erano le posizioni san Fulgenzio e di san Fausto sulla predestinazione e sulla sorte che ci aspetta dopo la morte. Quelle divergenze suscitarono anche due sinodi provinciali, a Vienne e a Quiercy, con enunciati quasi contrapposti. E sarebbe facile enumerare molti altri esempi. Diciamo semplicemente che è legittimo avere e sostenere posizioni diverse, che è un bene per tutti saper cercare insieme la verità nella carità.

Le critiche al papa

La storia è testimone anche di numerosi esempi di critiche al vescovo di Roma. Critiche spesso animate dalla ricerca sincera della verità e giunte ad una felice composizione, talvolta invece caratterizzate da odi e faziosità (da una parte e/o dall’altra), che hanno portato anche ad avere alcuni antipapi.

Se vogliamo considerare seriamente la possibilità e le caratteristiche delle buone critiche al papa, il paradigma di riferimento resta l’esempio chiaro dell’apostolo Paolo, che ad Antiochia si oppose a viso aperto a Pietro (cfr. Gal 2, 11). Fin dall’inizio della sua conversione Paolo aveva cercato Pietro e aveva voluto confrontarsi con lui, riconoscendo così la sua autorità, per non rischiare di correre o di avere corso invano. Paolo sapeva bene che il Signore risorto si era fatto incontro per primo proprio a Pietro (a Kephas, la roccia della Chiesa) e ricordava questo particolare ai Corinzi per avvalorare la validità del suo annuncio pasquale. Paolo aveva condiviso proprio con Pietro, con gli altri Apostoli e con gli anziani di Gerusalemme la mission di non imporre nessun obbligo ai nuovi convertiti dal paganesimo, se non quanto fosse strettamente necessario. Quando poi vide Pietro timoroso e non fermo nell’attuare quanto insieme avevano stabilito, allora gli resistette apertamente, non per negare la sua autorità, ma per incoraggiarla e sostenerla. Paolo volle aiutare Pietro ad essere se stesso (kefhas), a non lasciarsi frenare dalle critiche di coloro che volevano appiattirsi sul passato, ma di spingersi con coraggio ad attuare fedelmente l’apertura suggerita dallo Spirito Santo e di cui la Chiesa aveva bisogno (cfr. At 15, 1-31). È significativo che nella solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo la Chiesa canti con gioia: “Con doni diversi hanno edificato l’unica Chiesa e, associati  ella venerazione del popolo cristiano, condividono la stessa corona di gloria”.

Nella stessa linea hanno agito altri grandi santi: Cipriano con papa Cornelio, Agostino e i vescovi “africani” con i papi Innocenzo, Zosimo e Celestino, Pier Damiani con  Gregorio VII, ecc…. Tutti campioni dell’unità nella carità, che hanno saputo portare grandi frutti nella Chiesa e nella storia intera.

Il papa può essere eretico?

Diverso invece è stato l’esito quando, in varie vicende della storia la faziosità ha avuto il sopravvento e ciascuno, anziché obbedire alla voce dello Spirito, si è attaccato alle proprie posizioni, scambiando le certezze personali con il bene comune. L’ipotesi di un papa eretico è stata varie volte affrontata dai teologi, particolarmente nella teologia controvertista del sec. XVI. Ma è significativo che sia sempre stata affrontata come ipotesi, per altro da dover in ogni modo superare, perché è sempre stato chiaro che è proprio il papa, magari insieme ai vescovi, a dover decidere dove possa annidarsi l’eresia. E’ infatti all’apostolo  Pietro, non ad altri che Gesù ha detto:  “Io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli" (Lc 22,32). La Chiesa ha sempre avuto coscienza di questa garanzia data dal Signore con la sua preghiera e anche nei tempi più oscuri non si è mai distaccata da questa Pietra che il Signore stesso ha costituito perché stesse salda.

Desta pertanto meraviglia, e direi anche non poca, trovare oggi alcuni che vogliano accusare il papa Francesco di eresia. Non dubito della buona fede di nessuno. Alla luce di quanto appena richiamato mi permetto solo di annotare quanto sia importante uno studio accurato e un sereno approfondimento epistemologico su come ragionare, nella Chiesa, della Tradizione e del Magistero, come pure dell’“eresia”. Tutte questioni appassionanti e complesse, la cui realtà profonda va ben oltre alcune formule scheletriche, talvolta pur necessarie nei catechismi, che però non esprimono a pieno la realtà e che rimanda sempre a eventuali correttivi e alle necessarie integrazioni. La realtà del dogma cristiano è sempre più grande della sua formulazione. Questo poi è ancora più vero quando passiamo dal campo della fede a quello della morale. Annota S. Tommaso: ”Quanto più si scende alle cose particolari, tanto più si trova indeterminazione. […] In campo pratico non è uguale per tutti la verità o norma pratica rispetto al particolare, ma soltanto rispetto a ciò che è generale; e anche presso quelli che accettano nei casi particolari una stessa norma pratica, questa non è ugualmente conosciuta da tutti. […] E tanto più aumenta l’indeterminazione quanto più si scende nel particolare” (I-II, q. 94, art. 4; citato anche in , Amoris laetitia 304). Di questa profonda convinzione tomista, comune a tutti i grandi teologi della Chiesa, è impregnata l’Esortazione di papa Francesco Amoris Laetitia.

Si comprende così anche perché sarebbe stato fuori luogo rispondere ai dubia espressi dai quattro cardinali, la cui procedura prevede dei secchi sì o no. Tutto lo sforzo di Amoris laetitia è quello di partire dall’annuncio del “Vangelo” come buona notizia sulle situazioni concrete delle singole famiglie, aiutando poi ciascuna (accompagnare, discernere, integrare) ad approfondire e assimilare i principi e le conseguenze morali che la scelta di fede comporta, secondi le capacità di cui ciascuno è dotato. Non quindi un semplice si o no, tanto meno il giudizio preventivo sulle persone a partire da una norma, bensì il desiderio di offrire un contatto personale col Signore Gesù, a partire dal quale illuminare tutto il cammino morale intrapreso, o comunque da compiere.

 “In poche parole – per dirla con Benedetto Ippolito - si può essere in coscienza poco sensibili e perfino scettici verso una linea dottrinale, ma non si può pubblicamente sconfessare o accusare larvatamente un Papa di promuovere eresie, quando non vi è sostanza per dirlo e soprattutto essendo Lui stesso a garantire l’ortodossia esterna della cristianità. Criticare il Papa pubblicamente, in definitiva, è sempre sbagliato. Lo è non per la giustezza o meno di quanto si pensa e si sostiene in coscienza e privatamente, ma in sé e per sé. La critica pubblica non è una correzione fraterna, ma una grave disobbedienza alla sua autorità che crea difficoltà e confusione, non aiutando nessuno” (Formiche 26/09/2017).

Interessanti a questo riguardo sono anche le precisazioni espresse proprio dal card. G. L. Mueller nella prefazione al libro Risposte amichevoli ai critici di Amoris laetitia, dove il cardinale sostiene che ci sia una linea coerente (cfr. Avvenire, 31 ottobre 1017, p. 17).

La vera tradizione spinge in avanti con coraggio

Il vero punto è che papa Francesco ci sta spingendo avanti, guidandoci ad una rinnovata conversione culturale e pastorale, improntata al più genuino insegnamento del Vangelo. Uno stile inaugurato con i suoi primi gesti e insegnamenti, agli inizi del suo pontificato, spiegato poi dettagliatamente nell’Esortazione Evangelii gaudium, proseguito nell’Enciclica Laudato sii’ e nell’Esortazione Amoris laetitia. Nessun principio è smentito o trascurato, ma il principio primo è l’incontro con Gesù. “Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: "Ho visto il Signore!" e ciò che le aveva detto” (Gv 20, 18). Così il primo annuncio del Risorto. Così faceva poi l’apostolo Paolo (cfr. 1Cor 15, 1). E la comunità delle origini prese coscienza che proprio così si forma e si sviluppa la Chiesa: “Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita - la vita infatti si manifestò, noi l'abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi -, quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia piena” (1Gv 1, 1-4) L’incontro con il “Verbo della vita” spinge alla’annuncio (“lo annunciamo anche a voi”) e l’annuncio del Verbo si trasforma in “comunione”. La comunione poi genera “gioia piena”. Questa è la Chiesa. Da sempre  è così. Nel grembo della Chiesa poi, ascoltando l’annuncio, si elaborano i principi, studiandone l’enunciazione sempre più adeguata e l’attuazione sempre più evangelica. Gli approfondimenti dei principi seguono l’annuncio e l’incontro con il “Verbo della vita”. Solo nella sua luce possiamo vedere la luce. E nella luce del Verbo incarnato appaiono tutte le varie situazioni, si illuminano le varie possibilità di conversione, si fa discernimento sulle difficoltà irreversibili da affidare alla misericordia di Dio. E’ la luce stessa del Natale in cui brillano le situazioni delle singole famiglie: le famiglie più sante risplendono con le loro opere buone, le famiglie più disagiate ricevono luce per affrontare i loro problemi e le loro sofferenze, tutte sono chiamate a trasmettere la gioia del Vangelo e la letizia dell’amore.

Ecco perché nell’augurio a papa Francesco c’è anche l’augurio per le famiglie. E’ l’augurio che la spinta pastorale di papa Francesco possa essere efficace e che porti in ogni casa la “letizia dell’amore”, frutto della “gioia del Vangelo”. Non sono giochi di parole, o auguri impossibili. Sono i doni che la Chiesa, per sua natura, è chiamata ad offrire anche in questo Natale, sotto la guida forte e serena di papa Francesco.

BUON NATALE, PAPA FRANCESCO.

Un augurio di pace e di luce, accompagnato dalla nostra preghiera. Lei ci ripete spesso: non dimenticatevi di pregare per me. Non ci dimentichiamo: il nostro augurio si fa preghiera, soprattutto in questa lieta ricorrenza del Natale del Signore.

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