Relazione del convegno catechistico diocesano del 5 dicembre 2017 di Sr. Giancarla Barbon

La catechesi oggi: motivazioni per un cambiamento”

 

  1. I profondi cambiamenti in atto

1.1 Come andavano le cose

C’è stato un tempo (fino a qualche anno fa) in cui le cose, per quel che riguarda la trasmissione della fede alle nuove generazioni, erano chiare e semplici. La fede veniva trasmessa in famiglia, non teoricamente (facendo catechismo nelle case), ma dentro la vita quotidiana. La fede si trasmetteva per osmosi, nelle vicende quotidiane. I bambini la respiravano nei rapporti che si vivevano, nel modo in cui si reagiva alle cose tristi e belle che succedevano (le feste, i lutti, le difficoltà economiche …), nel modo con cui si pensava e si parlava, nel modo con cui si pregava insieme.

Quando iniziava la scuola elementare, la maestra prendeva il testimone e continuava questa educazione religiosa diffusa, perché la scuola elementare era una settimana di educazione morale e religiosa, senza fratture con quello che avveniva in famiglia.

Poi c’era il paese, che costituiva una specie di grembo protettivo. Ognuno, in paese, si sentiva responsabile non solo dei suoi figli, ma anche di quelli degli altri. Così il paese era la famiglia allargata, un terzo luogo educativo in sintonia con i primi due. Di fatto questo sistema sociale costituiva il tessuto generativo per l’educazione umana, morale e religiosa dei ragazzi. Erano tre grembi iniziatori, e iniziavano a vivere, a comportarsi bene, a credere in Dio. Queste tre forme di educazione (umana, morale e religiosa) coincidevano in un sistema sociale in cui il cittadino e il cristiano erano la stessa cosa.

E la parrocchia? La parrocchia era il luogo della cura della fede. La parrocchia non aveva il compito di generare alla fede, ma di nutrirla, curarla, renderla coerente. La parrocchia poteva contare su altri  tre luoghi generativi, in perfetta sintonia tra di loro. Come lo faceva? Per gli adulti attraverso le funzioni, le omelie, e le altre iniziative parrocchiali (mese di maggio, festa del patrono, quarantore, processioni …). Per i ragazzi, attraverso un’ora settimanale di catechismo affidato a una catechista, la maestrina della fede.

Questa semplice attività del catechismo aveva il compito di far apprendere cognitivamente quello che i ragazzi vivevano diffusamente nelle loro famiglie, a scuola, in paese. Apprendevano la grammatica di quello che già vivevano e in cui credevano. Poco importa se non capivamo tutto il significato del catechismo che imparavamo a memoria. Erano codici qualche volta strani ma familiari, erano condivisi da tutti. Le catechiste avevano una funzione molto semplice: far imparare delle cose, potendo contare su tutto il resto.

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1.2 Cosa è cambiato

E’ cambiato e sta cambiando tutto, in particolare i tre luoghi, sopra indicati come grembi di educazione morale e religiosa, cominciamo dal più grande, quello del paese. Il paese è ora il villaggio globale, il mondo intero. La televisione, internet, le mentalità sono ormai globali. In un minuto i nostri ragazzi sono in contatto con il mondo intero, e questo mondo, questa cultura globale e globalizzata è un supermarket, dove incontrano tutto e tutti, tutte le opinioni e i costumi, i valori più opposti e le contraddizione più grandi. Il “paese” non educa più. E’ una bancarella dove i nostri figli prendono quello che vogliono. Il “paese” è tutto fuorché un paese cristiano. Se guardiamo il secondo luogo, la scuola, ci accorgiamo che anche questo è in difficoltà educativa in generale e non ha più da offrire una proposta cristiana.

Se guardiamo la famiglia, ci rendiamo conto che i genitori non hanno più un modello educativo sicuro da applicare. Una volta si educavano i propri figli imparando da quello che i genitori avevano fatto con noi, con qualche aggiustamento come si ci fosse un copione scritto che ciascuno interpretava. Oggi non c’è più nessun copione scritto. Ognuno deve provare, deve comporre ogni mattina una melodia educativa, per accorgersi la sera che era una melodia stonata. Quanto poi alla trasmissione della fede in famiglia, sono pochissime le famiglie che vivono e trasmettono la fede in modo esplicito. Anche i genitori credenti, spesso hanno perso la capacità di comunicare la fede: non hanno più parole, perché anche in loro la fede è in stato di dubbio, o di semplice abitudine.

La famiglia vive con i figli quel processo di transizione, di grande cambiamento, che tutta la società e la cultura sta vivendo, e questa grande trasformazione in atto, rende poco efficaci i modelli tradizionali di educazione.

Questo mutamento culturale non è una catastrofe, ma è un cambiamento, che va letto come un parto. Certo questo rende più difficile stare al mondo e starci da adulti che sanno educare.

Ciò che stiamo vivendo non è la fine della fede, ma di una certa fede. Non è la fine del cristianesimo, ma di un certo cristianesimo. Non è la fine del mondo, ma di un certo mondo. Ma già possiamo vedere i germi del ricominciamento. Se si dice ricominciamento, si dice un processo di morte e risurrezione, di destrutturazione e ristrutturazione.

Questa visione delle cose è fondamentalmente improntata alla speranza cristiana: ritiene che lo Spirito del Signore risorto non si è fatto sfuggire di mano la storia e che questa va verso il suo compimento e non verso il suo sfacelo. Non è una lettura ingenua, è una lettura pasquale della storia. Tale lettura porta a porsi in atteggiamento non aggressivo nei riguardi dei cambiamenti attuali, e soprattutto delle donne e degli uomini, dei ragazzi e dei giovani di oggi.  Porta a sentirsi compagni di viaggio, a riconoscere  l’azione dello Spirito, a collaborare con tutti per la costruzione di un mondo più fraterno e solidale. Porta naturalmente a denunciare tutto quello che disumanizza e quello che va contro l’azione dello Spirito, ma si tratta di una denuncia a favore, mai di una denuncia contro.

 

  1. Le grandi scelte dei Vescovi italiani

2.1. La svolta missionaria.

Il primo decennio del nuovo millennio ha segnato l’avvio di un nuovo periodo della catechesi italiana, di cui pochi sono ancora per il momento consapevoli. Possiamo riassumere così il cambiamento di rotta indicato:

- Da una parrocchia come “cura delle anime” a una parrocchia missionaria[1].

«Una pastorale tesa unicamente alla conservazione della fede e alla cura della comunità cristiana non basta più. E’ necessaria una pastorale missionaria, che annunci nuovamente il vangelo…» (n. 1).

- Da un impianto di iniziazione centrato sui piccoli e finalizzato alla preparazione dei sacramenti, a un processo di iniziazione che ha come perno gli adulti e mira ad iniziare alla fede cristiana.

L’aumento in Italia di persone provenienti da altre culture e di genitori che non fanno battezzare i bambini, oltre che di “ricomincianti”, chiede di reinventare un impianto iniziatico centrato sull’adulto. Viene fortemente valorizzata l’impostazione catecumenale e la dimensione mistagogica della catechesi[2].

- Da una “catechesi per la vita cristiana” a una catechesi per l’evangelizzazione e la proposta della fede. Parliamo così di “primo annuncio” o di “proposta della fede[3].

 2.2. Incontriamo Gesù e la conversione della chiesa che annuncia.

La svolta missionaria di tutta la pastorale e della catechesi è la vera sfida nuova che si apre davanti a noi. Siamo bravi a educare la fede delle persone che ce l’hanno già. Siamo ora chiamati a riscoprire la capacità missionaria di proporla a chi non ha ancora incontrato il Signore Gesù.

Questa nuova sfida segna anche i cambiamenti che dobbiamo fare rispetto alla prospettiva che animava il Documento Base rilanciati con il documento “Incontriamo Gesù”.[4] La Chiesa italiana si è invece messa in gioco, ha capito che non annuncerà Gesù se non lo incontrerà di nuovo, se non tornerà lei ad ascoltare nuovamente il primo annuncio della Pasqua (n° 98).

Il testo è diviso in 4 capitoli, più una conclusione:

Capitolo 1 – Abitare con speranza il nostro tempo. Un nuovo impegno di evangelizzazione (8-31)

Capitolo 2 – Annunciare il Vangelo di Gesù . Il coraggio del primo annuncio (32-46)

Capitolo 3 – Iniziare, accompagnare e sostenere l’esperienza della fede. Il cammino dell’iniziazione cristiana (47-62)

Capitolo 4 – Testimoniare e narrare. Formare servitori del Vangelo (63-95)

Conclusione . Con la gioia dello Spirito Santo (1Ts 1,6)(96-100)

È evidente che sono stati selezionati 4 temi, quelli che riguardano più da vicino le nostre comunità parrocchiali: il cambiamento di prospettiva di tutta la pastorale in chiave missionaria; il primo annuncio; l’iniziazione cristiana; la formazione dei catechisti. I vescovi non hanno voluto dire tutto, hanno confermato il quadro di fondo del Documento Base del 1970, che è il quadro del Concilio. Hanno detto una parola sui problemi concreti delle nostre comunità ecclesiali. Il documento termina come Evangelii gaudium, con l’invito ad annunciare nella gioia e a servire l’azione dello Spirito Santo.

  

  1. Il primo annuncio

3.1 L’immagine della semina

 «La nostra attuale situazione pastorale somiglia talvolta all’opera di un agricoltore innamorato della propria terra, egli zappa, concima, innaffia, spesso con grande dispendio di energie… ma nessuno si è preoccupato di seminare in quel campo e gli sforzi risultano sterili! Se la catechesi corrisponde alla coltivazione, il primo annuncio corrisponde alla semina, ed è tale semina a mancare in gran parte della nostra pastorale ordinaria»[5].

Questo esempio così semplice, dice bene il senso del primo annuncio, che possiamo così riassumere : il passaggio dalla fede presupposta alla fede proposta, da una catechesi che si limita a nutrire un fede già in atto, a un annuncio che mira a fare incontrare il Signore Gesù come bella notizia.

3.2. Il significato del primo annuncio

Il primo annuncio consiste nella proclamazione del vangelo a chi non ne è a conoscenza o non crede e ha come obiettivo l’adesione fondamentale a Cristo nella Chiesa e l’avvio della conversione. Sarebbe quindi distinto dalla catechesi, la quale presuppone la scelta fondamentale e ne esplicita contenuti ed atteggiamenti. La distinzione tiene ancora, ma chi dei catechisti italiani non si rende conto che la catechesi rivolta a bambini o adulti battezzati deve essere di fatto un “primo annuncio”? I confini tra catechesi e primo annuncio non sono più così chiari.

Il documento sul volto missionario della parrocchia riassume bene la situazione:

«Non si può più dare per scontato che si sappia chi è Gesù Cristo, che si conosca il vangelo, che si abbia una qualche esperienza di Chiesa. Vale per i fanciulli, ragazzi, giovani e adulti; vale per la nostra gente e, ovviamente, per tanti immigrati, provenienti da altre culture e religioni. C’è bisogno di un rinnovato primo annuncio della fede. E’ compito della Chiesa in quanto tale, e ricade su ogni cristiano, discepolo e quindi testimone di Cristo; tocca in modo particolare le parrocchie. Di primo annuncio vanno innervate tutte le azioni pastorali»[6].

Per renderci conto di questo cambiamento basta pensare a come avveniva il primo annuncio nella comunità cristiana della prima ora. Il contenuto del primo annuncio è il kerigma, che possiamo così riassumere: è il racconto del mistero pasquale e alla luce di questo dell’intera vita di Gesù come buona notizia; è promessa dell’efficacia della Parola annunciata in chi l’accoglie; è invito a dare fiducia alla Parola per sperimentarne personalmente l’efficacia; è appello a entrare dentro una comunità come luogo di sperimentazione dell’efficacia della salvezza. Il primo annuncio si presenta quindi come una proposta e come un luogo di primo incontro con Cristo nella Chiesa.

L’obiettivo, quindi, cambia sensibilmente: non è primariamente dell’ordine della fides quae (anche se si fonda su un “contenuto”), ma della fides qua: mira all’affidamento della persona, al suo sì esistenziale a Cristo Signore. Non esaurisce quindi l’atto della fede, che avrà bisogno di un’iniziazione vera e propria e di un costante approfondimento successivo.

3.3. I destinatari del primo annuncio

Parlare di “primo annuncio” in Italia vuol dire prima di tutto declinare questa esigenza fondamentale proprio per le persone che sono già credenti o pensano di esserlo.

Siamo dunque pastoralmente obbligati a considerare il primo annuncio non solo come un tempo che precede il catecumenato (primo annuncio in senso stretto), ma anche come una prospettiva e una dimensione, divenute fondamentali in ogni compito di evangelizzazione.

Se preso non solo come tempo preciso, ma come dimensione, il primo annuncio può far ripensare tutta la pastorale attuale non più nella logica della “cura fidei”, ma in prospettiva missionaria.

E’ quanto è stato ben sintetizzato dal documento CEI sul volto missionario della parrocchia:

«Di primo annuncio vanno innervate tutte le azioni pastorali» (n. 6).

Affrontare il primo annuncio come dimensione di ogni azione pastorale rivolta a cristiani tradizionali, più o meno praticanti, è una sfida più complessa di quella di annunciare Gesù Cristo a persone che non ne hanno mai sentito parlare. E’ una sfida tutta italiana, che dovrà saper coniugare la ricchezza di una tradizione millenaria (tradizione ricca di risorse e di ambiguità) con la necessità di mettere in contatto con l’annuncio del Signore risorto come se fosse la prima volta. La permanenza di una tradizione di fede cristiana è la risorsa e la croce della pastorale italiana!

 

  1. Le vie e le esperienze di rinnovamento

4.1. I modelli di rinnovamento. 

Possiamo sinteticamente indicare che sono in atto tre modelli di rinnovamento:

  1. a) Un modello a carattere esplicitamente catecumenale.

Tale modello si è ormai diffuso in modo significativo. Due esperienze fanno da riferimento, per la loro durata e per il peso istituzionale che hanno avuto: quelle delle diocesi di Brescia e in parte di Cremona[7], e ora della diocesi di Padova. Pur nelle differenze tra le proposte, si tratta fondamentalmente di percorsi di iniziazione cristiana dei ragazzi centrati sul coinvolgimento dei loro genitori. La proposta prevede un tempo di primo annuncio (dei genitori da soli o insieme ai figli), un percorso di scoperta o riscoperta della fede attraverso tappe, riti, consegne e riconsegne (della durata di tre anni), la celebrazione finale dei sacramenti nell’ordine corretto e insieme, un tempo (un anno o due) di mistagogia[8]. Questo modello opera un coraggioso ripensamento di tutto il processo, intervenendo sulle tradizioni parrocchiali e quindi dovendo affrontare cambiamenti e resistenze da parte dei tre soggetti implicati: i parroci, i catechisti, i genitori. È un cambiamento esigente, oneroso dal punto di vista formativo e organizzativo.

Anche la diocesi di Padova, dopo un intenso cammino di preparazione, ha avviato un rinnovamento in chiave catecumenale in tutte le parrocchie della diocesi.

  1. b) Il secondo modello non interviene sull’ordine dei sacramenti, ma ripensa la catechesi settimanale proponendo per adulti e ragazzi un cammino articolato da tempi di catechesi ed esperienze di vita comunitaria. Il modello di riferimento è quello dei 4 tempi della diocesi di Verona, che prevede ogni mese 4 tappe: un incontro di evangelizzazione dei genitori; un tempo nelle case per una catechesi familiare; l’incontro di un pomeriggio per i ragazzi; una domenica o altro tempo insieme delle famiglie[9]. L’ordine dei sacramenti rimane quello tradizionale, ma la logica del percorso è centrata sull’adulto e sulla comunità ecclesiale. La proposta è fatta in un clima di libertà, mantenendo dove è possibile il doppio percorso tradizionale e rinnovato.
  2. c) Occorre però dire che in moltissime parrocchie italiane è rimasto il modello tradizionale di iniziazione cristiana, ma sono in atto iniziative, piccoli cambiamenti che preparano il terreno per una proposta più missionaria, con il coinvolgimento degli adulti e della comunità. In molte diocesi non ci sono ancora le condizioni per cambiamenti strutturali, ma c’è già la necessità di cominciare a immettere nelle realtà tradizionali una mentalità nuova. In questo caso l’immissione di vino nuovo in otri vecchi risulta una scelta positiva: essa prepara l’esplosione degli otri vecchi, cioè della mentalità e della prassi tradizionale, perché nell’arco di poche generazioni non si potrà più continuare con il sistema attuale.

4.2. Che cosa offrono?

Quello che è comune in tutte queste esperienze è la presa di coscienza che il rinnovamento dell’iniziazione cristiana non inizia con la prima o seconda elementare, ma con un ripensamento della pratica battesimale e del periodo tra gli 0 e i 6 anni. Proprio queste esperienze di annuncio ai genitori (per la prima volta o dopo un tempo di distacco) che chiedono il battesimo o hanno figli

 

  1. La proposta di fede ai genitori nei percorsi di iniziazione cristiana dei ragazzi

Proprio perché la proposta di primo annuncio è più difficile e più all’interno delle parrocchie e in particolare in occasione della domanda dei sacramenti per i propri figli, ci soffermiamo a segnalare quello che sta avvenendo in Italia su questo punto, mostrando che si può effettivamente fare qualcosa.

Per entrare in profondità nelle esperienze in atto, possiamo osservarle attraverso 3 punti di interesse: la tipologia delle esperienze; le caratteristiche della proposta; la sua collocazione nelle fasi di vita.

  1. 1. La tipologia.

. L’osservazione delle esperienze di catechesi in atto nelle diocesi italiane presenta quattro modalità di coinvolgimento di genitori nel percorso di iniziazione dei figli.

  1. a) La prima modalità consiste in una serie di incontri annuali (2-3) che servono a informare i genitori sul percorso catechistico proposto ai figli. In questi incontri si mira a un coinvolgimento minimale, ma si ha a cuore di stabilire rapporti positivi con le famiglie, e in particolare con le mamme.
  2. b) La seconda modalità, piuttosto diffusa e in crescita, consiste nella proposta di incontri formativi ai genitori, sia su problematiche educative, sia su aspetti della fede. Non raramente il percorso formativo offerto ai genitori è in parallelo con quello fatto con i figli quanto ai temi. La periodicità è pressappoco mensile.

Questa tipologia, rispetto alla prima, aggiunge una preoccupazione di riavviare i genitori ad una riscoperta della fede, di cui è occasione il percorso sacramentale dei figli. In qualche proposta la prospettiva è proprio quella di un primo annuncio, di un invito al ricominciamento della fede. La consapevolezza che attraversa questa tipologia è che senza la presenza di genitori credenti l’iniziazione cristiana dei ragazzi rischia il fallimento.

  1. c) La terza modalità è quella di far vivere (una volta al mese circa) delle domeniche insieme, delle “domeniche esemplari”, in cui sia coinvolta tutta la famiglia, nelle differenti dimensioni: relazionali, conviviali, di riflessione, di celebrazione. Questa modalità punta a far fare esperienze forti, esperienze di comunità cristiana nel giorno del Signore.
  2. d) La quarta tipologia è la più esigente. Prevede un percorso di catechesi familiare, nel quale i genitori sono progressivamente coinvolti non solo come credenti, ma anche come catechisti dei loro figli. Appare una modalità che coinvolge nei soggetti tutta la famiglia e la comunità, restituendo il compito della catechesi a un gruppo, non a un catechista.

Che cosa fa vedere l’analisi di queste tipologie di esperienze?

Si nota il passaggio graduale dalla tradizione (l’itinerario tradizionale fondamentalmente puerocentrico), al coinvolgimento della famiglia, al coinvolgimento della comunità ecclesiale.

Poter disporre di una mappa che va da un punto acquisito a un traguardo possibile permette a tutti di non rimanere immobili. Il fatto che ormai in Italia ci siano esperienze a cui ispirarsi in ognuno dei tre gradini successivi al primo, rende possibile e fattibile un cammino di reale rinnovamento della prassi tradizionale di iniziazione cristiana dei ragazzi in vista dell’evangelizzazione degli adulti.

Questa mappa inoltre permette di capire che la gradualità è condizione stessa del cambiamento. La gradualità significa rispetto delle situazioni in atto, ma anche coraggio operativo: un passo chiama l’altro e solo se si fa un passo si può capire come e dove fare quello successivo.

Ci pare che ci sia un segnale positivo: eppur si muove. Stiamo effettivamente andando verso una novità non ancora del tutto disponibile, ma già intuibile e in parte attuabile 

  1. 2. Le caratteristiche della proposta

Una seconda interessante indicazione viene dalle caratteristiche delle proposte fatte. Notiamo che vengono proposte tre dimensioni formative: quella riflessiva, quella esperienziale, quella celebrativa.

- Ci sono proposte a predominanza riflessiva. Si svolgono come incontri con i genitori e i ragazzi per approfondire dei temi, in genere dei temi di fede. Tale approfondimento avviene con metodologie diverse: dalla proposta frontale fino al laboratorio.

- Ci sono proposte che, pur contenendo dei momenti di riflessione, sembrano prediligere il registro “far fare esperienza”. E’ il caso delle domeniche insieme, o dei pomeriggi in cui ci sono diversi aspetti formativi, che vanno dalla riflessione, al pranzo insieme, alla celebrazione.

Queste proposte limitano il numero degli incontri, ma aumentano la loro forza di impatto formativo.

- Ci sono proposte che fanno del momento celebrativo domenicale il punto forte della proposta. Pur non dimenticando gli aspetti di riflessione, questa proposta ritiene che la prima catechesi sia l’esperienza liturgica vissuta bene e in modo partecipato.

Questo secondo punto di osservazione ci permette di allargare la nostra concezione formativa, fino ad ora praticamente identificata con una catechesi di tipo cognitivo. La tendenza in atto è quella di permettere un’esperienza più completa di vita cristiana, dove la testa, le emozioni, la comunione e la comunicazione, la celebrazione con il suo linguaggio simbolico, concorrono insieme a offrire una proposta di fede cristiana sentita come un fatto di vita, non solamente un fatto di testa. I segnali, anche qui, sono positivi. In Italia c’è già tutto questo, con esperienze non solo buone, ma di grande qualità, che possono diventare apripista per tutti.

  1. 3. La collocazione della proposta

Questo terzo punto di osservazione trasversale riguarda il periodo della vita in cui avviene la proposta, la sua collocazione nel tempo.

Quasi tutte le nuove esperienze riguardano la famiglia nel tempo in cui i figli iniziano la preparazione alla comunione e alla cresima (dai 7 ai 12 anni). Toccano quindi di conseguenza i ragazzi in questa età e i genitori giovani adulti per un tempo preciso.

Qualche diocesi ha sentito la necessità, partendo da queste esperienze, di anticipare l’accompagnamento dei genitori nei primi passi dei figli, nel tempo da 0 a 7 anni.

L’IC, presa seriamente, richiede e provoca un allargamento della catechesi confinata nei tempi della fanciullezza, verso tutta  l’età adulta, ponendosi in una logica di accompagnamento dell’adulto nelle differenti fasi della sua vita.

Avviene così che da puerocentrica, la catechesi torna a essere adultocentrica.

 

  1. Il rinnovamento dell’IC e della mentalità che l’ha sostenuta.

I Sacramenti dell’iniziazione sono determinanti ed essenziali per diventare cristiani. Tuttavia «il Sacramento al di fuori di un contesto di fede non ha alcun senso» (n. 25).

6.1.  Il valore dei sacramenti

Un cristiano non è tale finché non viene fatto cristiano da Cristo stesso, cioè reso partecipe del suo mistero, in forza dell’azione che Cristo stesso compie attraverso l’atto sacramentale. Il catecumenato non produce l’iniziazione, l’introduzione nel mistero di Cristo e della Chiesa; solo predispone e crea le condizioni necessarie. In definitiva è Cristo stesso che “inizia”, che introduce l’uomo nel rapporto con sé e con il proprio corpo ecclesiale. Il fatto che l’IC abbia il suo momento culminante nella ricezione dei Sacramenti – afferma il nostro Documento sulla ICFR - «testimonia che non si tratta solo di un cammino dell’uomo e della Chiesa, ma che, attraverso i Sacramenti, è Dio stesso a introdurci nel mistero di Cristo e della Chiesa» (n. 24).

Ma «il Sacramento al di fuori di un contesto di fede non ha alcun senso» (n. 25), infatti, «pur essendo vero che la grazia sacramentale, infusa in noi dallo Spirito santo, genera e alimenta la vita di fede, speranza e carità, va ribadito che i Sacramenti sono pur sempre e in primo luogo “i Sacramenti della fede”, che presuppongono la grazia della fede come condizione indispensabile per la loro efficacia salvifica» (n. 23). Non si può separare il dono gratuito di Dio dall’accoglienza della fede, dalla libera adesione del credente. In questa prospettiva si comprende il lamento del Catechismo degli adulti La verità vi farà liberi al n. 666:  «Nel nostro paese quasi tutte le famiglie chiedono i Sacramenti dell’IC per i loro figli; ma molte volte li vivono come riti di passaggio, in cui prende corpo un vago senso del sacro, e non come riti specificamente cristiani. La grandezza di queste celebrazioni sta invece nel fatto che uniscono vitalmente gli uomini a Cristo e li assimilano a Lui nell’essere e nell’agire, introducendoli nella Comunione trinitaria e in quella ecclesiale. Particolarmente necessario si rivela dunque un itinerario di fede, che preceda, accompagni e segua la celebrazione dei tre Sacramenti».

  1. 2.Il recupero dell’’ispirazione catecumenale dell’IC

Si tratta allora di ricuperare l’antica concezione dell’IC, tipica del modello catecumenale, che collegava intimamente il Sacramento alla fede e alla vita e dava la priorità alla evangelizzazione in vista della fede e della conversione. Dalla Parola, al Sacramento, alla vita nuova: era questa la dinamica profonda del modello catecumenale. Oggi, perciò, venuto meno il catecumenato sociale, che contribuiva alla generazione quasi spontanea della fede,  non possiamo più accontentarci di dare i Sacramenti dell’IC, senza preoccuparci contemporaneamente di “iniziare” anche alla fede e alla vita cristiana.  Giustamente il Documento sull’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi (ICFR) al n. 36 afferma: «Da quando la famiglia cristiana ha cessato di essere lo strumento di mediazione della fede per i figli e di esserne la porta d’accesso spontanea, informale ma reale, la ripresa dell’ispirazione catecumenale dell’ICFR si fa quanto mai urgente». Con tale espressione si intende ricuperare e applicare all’ICFR alcuni elementi tipici dell’antico catecumenato. In particolare si tratta di attivare un cammino di ICFR: che non dà per scontata e presupposta la fede, ma si preoccupa di generarla; che sviluppa un’educazione globale alla vita cristiana, senza limitarsi al momento dottrinale o sacramentale; che è scandito da tappe progressive ed è segnato da diversi passaggi e verifiche; che ha un’intrinseca dimensione comunitaria ed ecclesiale.

L’intento di questo nuovo modello di ICFR è di creare dei credenti cristiani e non semplicemente dei “battezzati” o “cresimati”.

 6.3. Tre spostamenti della catechesi.

Indichiamo, senza approfondirli, tre spostamenti della catechesi.

  1. Lo spostamento del baricentro

In coerenza con una prospettiva missionaria noi ci dobbiamo interrogare su quale sia il soggetto della catechesi, attivo e passivo, attorno al quale unificare la proposta di annuncio. Ora, sia le proposte, sia le risorse ecclesiali (catechisti) sono ancora fortemente sbilanciate sull’iniziazione cristiana dei ragazzi. Un’inchiesta a livello italiano a metà degli anni ’90 indicava che su circa 300 mila catechisti italiani, il 91,2% si dedicava all’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi (circa 273.000). Sarebbe come se il 92% dei medici italiani fossero pediatri. Un’inchiesta successiva nel 2004 non modificava sostanzialmente questo dato e confermava a grandi linee questo sbilanciamento10. Il nucleo unificatore attuale della catechesi è ancora il bambino (catechesi puerocentrica).

Il cambio di prospettiva chiede che spostiamo il baricentro. Tale spostamento di asse nella catechesi va fatto progressivamente. Siamo d’accordo a prendere questi due soggetti (adulto e famiglia)  come perno per la proposta catechistica? Dalla risposta a questa domanda dipende tutta la programmazione della catechesi. Se sommiamo il cambio di prospettiva (primo annuncio) con il cambio di perno (famiglia, adulto), noi abbiamo le due coordinate per un ripensamento della catechesi.

  1. La scelta delle “porte di ingresso” o “ritorno”

Non è possibile avviare un cambiamento modificando contemporaneamente tutti gli elementi in campo. Occorre scegliere delle priorità e perseverare a lungo in esse. Prendendo una prospettiva missionaria, mettendo al centro famiglia e adulto, siamo chiamati ad individuare alcune porte di ingresso alla fede, o porte di reingresso per coloro che sono già stati cristiani. Un esempio: una parrocchia di una diocesi incontrata in questi anni. Il consiglio pastorale di una parrocchia in ambiente rurale, dopo l’analisi della situazione, decide di impegnare le proprie forze per tenere bene aperte tre porte di ingresso: i corsi per fidanzati; il battesimo (porta di ingresso del bambino, porta di nuovo ingresso per gli adulti); l’accompagnamento dei genitori di iniziazione cristiana e con loro i loro figli. Si tratta di una scelta a partire da ciò che è già in atto, ma in una prospettiva missionaria. Questa parrocchia ha deciso di investire le sue energie catechistiche in questa direzione per i prossimi dieci anni, curando queste tre porte di entrata.

Quali priorità decidiamo di scegliere? Quali porte di entrata decidiamo di riaprire e di curare particolarmente? La risposta a questa domanda, dentro le prospettive sopra indicate, permette di decidere dove investire le energie catechistiche, per forza limitate.

  1. Il primo annuncio in ogni passaggio della vita.

Ridire il kerygma pasquale facendolo risuonare come bella notizia nelle differenti esperienze di vita degli adulti. Il kerygma è uno solo, secondo la felice definizione di Papa Francesco: “Gesù Cristo ti ama, ha dato la sua vita per salvarti, e adesso è vivo al tuo fianco ogni giorno, per illuminarti, per rafforzarti, per liberarti”. Questo annuncio non va ripetuto come un ritornello, ma come un canto che in ogni stagione interpreta la giusta melodia. Così, nell’accompagnamento dei fidanzati sarà il kerygma dell’amore (Dio vi ama, è contento del vostro amore e lo benedice.

Comunque andrà il vostro cammino egli è il vostro salvatore); nell’incontro con genitori che chiedono il battesimo sarà il kerygma della paternità e della maternità di Dio (Dio vi ama; è felice per il vostro bambino e lui che è padre e madre vi accompagna nel farlo crescere); nell’accompagnamento dei genitori con figli che vivono l’iniziazione cristiana sarà il kerygma della genitorialità (Dio vi ama; egli sa che è facile mettere al mondo un figlio, molto più difficile essere padri e madri. È esperto nel generare. Non vi lascia soli nel vostro compito di educazione dei figli); nell’incontro con gli adolescenti sarà il kerygma della chiamata (per Dio sei importante, prezioso; c’è un progetto a cui puoi dare il tuo assenso libero; c’è un posto pe te nella vita); per i giovani sarà il kerygma del viaggio, dell’itineranza (Dio ama viaggiare, come te, insieme a te; ama la ricerca, onora i tuoi dubbi, rispetta la tua ragione e la tua libertà); per gli adulti, nei differenti passaggi della vita, sarà il kerygma della presenza («Ecco, io sono con te e ti proteggerò ovunque tu andrai» (Gen 28,15)).

  1. Allargare la ministerialità ecclesiale.

 Un quarto elemento implicato riguarda l’esigenza di allargare la ministerialità pastorale. Se noi ci concentriamo sulla vita umana nei suoi passaggi fondamentali, sappiamo vedere questi passaggi come pasque umane e ci facciamo presenti per annunciare in essi la pasqua del Signore Gesù, è evidente che un simile annuncio è una questione fondamentalmente laicale. Sono le persone che vivono sulla loro pelle i passaggi di Dio nella loro vita le più indicate per testimoniarli ai loro fratelli e alle loro sorelle. Per questo dobbiamo allargare la ministerialità attuale, fidandoci dei battezzati che conoscono il sapore dolce e amaro della vita in tutti i suoi aspetti. Dobbiamo avere più coraggio nel fidarci dei laici. Quando il Signore mandò i settantadue ad annunciare il regno due a due (Lc 10, 1ss), voi pensate che fossero preparati? Gli eventi successivi hanno mostrato che non lo erano. Se la missione è competenza dello Spirito Santo, occorre fare affidamento alla sua forza e alla debolezza dei testimoni. Dovremo pensare seriamente a una ministerialità della debolezza, che meglio annuncia la grazia di Dio. Chi è più adatto a portare il primo annuncio a una coppia di divorziati? Sicuramente una coppia di divorziati che ha fatto un cammino di fede. Come è da ripensare la ripartizione classica dei compiti e dei servizi pastorali, così dovremo riaprire il dossier della ministerialità ecclesiale e della sua regolazione. La nuova prospettiva chiede alla catechesi un ritorno all’essenziale, una rivisitazione del suo linguaggio, un annuncio di gioia che tiene indissolubilmente unite le parole di Dio e le parole umane. Chiede, in fin dei conti, di uscire dal sacro e di tornare a dare carne alla Parola che si è fatta carne.

Visitare e accompagnare la storia delle donne e degli uomini è il più grande atto di amore. È anche il modo più bello, forse l’unico, per annunciare il Vangelo, per mostrare a tutti il dono di vita buona che esso contiene.

 

  1. Entrare progressivamente in una nuova visione pastorale

Quasi come una conclusione indichiamo alcuni orientamenti e scelte pastorali che aiuteranno la vostra diocesi e le nostre comunità a muovere i passi nella direzione di un cambiamento profondo e non solo esteriore o di metodo. Ci permettiamo solo di indicarle con brevi accenni di concretezza che voi stessi in questi mesi sarete invitati a continuare a rivedere e rendere possibile e realizzabili.

  1. Assumere ed attuare un’adeguata concezione di chiesa, una chiesa che è a servizio della persona che è relazione, che si lascia per prima convertire.
  2. Superare una concezione angusta di pastorale: che non coincide con le nostre visioni, ma tutta la pastorale dovrebbe oggi essere più chiaramente attraversata dalla tensione nel condurre alla fede.
  3. Rivedere le priorità del ministero ordinato. All’interno della corresponsabilità missionaria di tutti è da rivedere il senso e le priorità del ministero ordinato. La tensione a generare alla fede dovrebbe ridiventare l’orizzonte unificante di tutto il ministero del prete.
  4. Accogliere il primato della formazione cristiana degli adulti. L’evangelizzazione “ha come destinatari privilegiati soprattutto gli adulti: l’annuncio del Vangelo esige un’accoglienza cosciente e libera.
  5. Optare un più attento discernimento circa il Battesimo dei bambini. Il Battesimo dei bambini esprime meravigliosamente la priorità del dono di Dio che precede ogni scelta dell’uomo. Tuttavia, come risulta anche dalla tradizione dei primi secoli, in cui si incominciò a battezzare i bambini dei cristiani, è importante che il bambino, che viene battezzato, sia sostenuto da un contesto di fede.
  6. Realizzare l’ICDF “secondo un’ispirazione catecumenale” un cammino che non dà per scontata e presupposta la fede, ma si preoccupa di generarla; che sviluppa un’educazione globale alla vita cristiana, senza limitarsi al momento dell’istruzione religiosa; che è scandito da tappe progressive di formazione e di celebrazione ed è segnato da diversi passaggi e verifiche.
  7. Progettare itinerari di ICDF diversificati e personalizzati; offrire un servizio evangelico adatto, più efficace e più rispettoso della reale situazione dei ragazzi.
  8. Attuare una catechesi in favore della mentalità di fede che superi il modello scolastico; impostare una catechesi finalizzata a creare una mentalità di fede, che superi l’angusta finalizzazione alla ricezione dei sacramenti e alla semplice formazione dottrinale.
  9. Abbandonare i “passaggi” automatici e rivedere i criteri d’ingresso alle varie tappe

All’interno di questa unitarietà della vita, il cammino di IC, è articolato in tappe, successive e graduali. È un errore partire dal presupposto che i ragazzi maturino tutti nello stesso tempo e che abbiano gli stessi ritmi di crescita e di comprensione. L’IC deve tenere conto della graduale maturazione del ragazzo più che del calendario o dell’età[10].

 Giancarla Barbon

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[1] - La CEI ha pubblicato un documento molto significativo, che orienta questo cambiamento a livello della parrocchia: CEI, Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, 30 maggio 2004.

[2] - La CEI ha pubblicato tre note sull’iniziazione cristiana: L’iniziazione cristiana. 1. Orientamenti per il catecumenato degli adulti, 30 marzo 1997. 2. Orientamenti per L’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi dai 7 ai 14 anni, 23 maggio 1999. 3. Orientamenti per il risveglio della fede e il completamento dell’iniziazione cristiana in età adulta, 8 giugno 2003.

[3] - CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Questa è la nostra fede. Nota pastorale sul primo annuncio del Vangelo, 15 maggio 2005.

[4] CEI, Incontriamo Gesù. Orientamenti per l’annuncio e la catechesi in Italia, EDB, Bologna 2014.

[5] - UFFICIO CATECHISTICO REGIONALE LAZIO, Linee per un progetto di primo annuncio, Elledici, 2002

[6] - CEI, Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, 30 maggio 2004, n. 6.

[7]- La proposta della diocesi di Cremona è pubblicata in una serie di guide e quaderni attivi a cura dell’Editrice Queriniana. L’esperienza e la proposta della diocesi di Brescia sono facilmente consultabili nel sito dell’Ufficio Catechistico della diocesi: http://www.diocesi.brescia.it/diocesi/uffici_servizi_di_curia/ufficio_catechistico/ufficio_catechistico.php

[8]Dalle verifiche fatte risulta che il tempo della mistagogia resta ancora il più impreciso nella proposta e il più difficile da attuare.

[9]Una presentazione dettagliata dell’esperienza dei 4 tempi della diocesi di Verona si trova in: DIOCESI DI VERONA, “Informazioni pastorali”, anno 2, n°2, estate 2005, 30-33; VIVIANI M., L’iniziazione cristiana in uno stile di primo annuncio. L’esperienzadel “metodo a 4 tempi” nelladiocesi di Verona, «Catechesi» 78 (2009-2010) 3, 61-72; Changer l’initiation chrétienne dans un style de première annonce. L’expérience de la méthode “à quatre temps” dans le diocèse de Vérone, in La conversion missionnaire de la catéchèse. Proposition de la foie et première annonce, Lumen Vitae, Bruxelles 2009, 105-119).I sussidi, costituiti per ogni tappa da una guida per i catechisti e da un quaderno attivo, sono pubblicati dalle Edizioni Dehoniane di Bologna, a cura di Antonio Scattolini.

[10] Ho attinto abbondantemente ai documenti della diocesi di Brescia,  alla rivista “Evangelizzare” che ho pubblicato per un anno intero articoli che illustravano le varie sperimentazioni, alcune relazioni di E Biemmi al convegno UCN, sintesi di lavori di gruppi ai seminari su IC a livello CEI.

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